Maggio 2008


Questo è l’uomo a cui bisognerebbe dedicare una via. Un fomentatore di violenza, un fascista, un razzista. Evidentemente An vuole chiudere con il passato non ammettendo i proprio errori, ma rivedicandoli, riscrivendo la storia. Questo è quello che affermava Almirante. Si commenta da solo: “Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sè che l’Italia abbia mai tentato. E’ veramente assurdo sospettare che il movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza (…) possa servire ad un asservimento ad una potenza straniera”. E ancora “Noi ci vantiamo di essere cattolici e buoni cattolici. Ma la nostra intransigenza non tollera confusioni di sorta… Nel nostro operare di italiani, di cittadini, di combattenti, nel nostro credere obbedire e combattere, noi siamo esclusivamente e gelosamente fascisti. Esclusivamente e gelosamente fascisti nella teoria e nella pratica del razzismo”.

Questo è un Blog AntifascistaIl ricordo di un ragazzo, antifascisti sempre.

Il voto utile, richiesto da Veltroni per battere Berlusconi, in campagna elettorale al popolo di sinistra, inizia a produrre i sui frutti ammuffiti. Alla luce dell’accordo per le riforme con Berlusconi, il Pd, e quella modalità di caccia al voto antidemocratica (che vuole mettere a tecere tutti gli altri, evitando il confronto dialettico: una marcia fascista), mostra che: 1) il buonismo di Veltroni maschera un programma in sintonia con la destra (domani V. e B. si incontreranno), che oggi si esprime con proposte radical-(fas)chick e una bontà verso i più deboli, che in realtà vela una cultura che se la prende con chi è più povero, o in difficoltà: precari, migranti, diversi. 2) con il voto utile, Veltroni aveva promesso, se avesse perso, di essere forza di opposizione. dov’è? Qualche giorno fà, l’aveva chiamata governo ombra, ultimamente e andato oltre, uscendo allo scoperto con applausi, strette di mano, dichiarazioni bipartisan. Ecco il Giano bifronte Veltroni che con il voto utile voleva battere il mostro Berlusconi poi ci fa l’accordo, scoprendo che voleva solo mettere a tacere l’unica opposizione che poteva esistere in parlamento, quella di Sinistra.

 

 Di lato: Veltroni che prende per il culo il popolo di sinistra.

Il mostro partitico preannunciato da più parti ieri ha preso forma. Un inferocito mastino politico che sposa una cultura di destra diventando un partitone unico con il 90% dei seggi. La nuova coalizione di destra alla quale adesso si unisce con garbo anche Veltroni intende abbattere tutte le barriere costituzionali e garantiste dei diritti politici, sociali e civili che in tanti anni, tramite il conflitto sociale, le persone si sono conquistate. E di questo statene certi, ne risenteremo tutti.

Veltroni ieri ha presentato il governo ombra. Ma cosa vuole ottenere? Sfiancato sia dai risultati elettorali, sia dai dissensi interni al Pd, si gioca l’ultima carta per ravvivare una credibilità, assieme a Franceschini, ormai perduta. La linea del correre da soli, la guerra complementare a quella di Berlusconi contro la Sinistra, non ha funzionato. L’agonia Veltroniana, di chi è ricordato per gli allegati all’Unità, confinato al comune di roma per non far danni, di chi nel partito non ha mai contato molto, e adesso sembrava potesse riprendersi la rivincita, sta per terminare, magari tra un anno, ma finirà. Il fronte interno dalemino, ma anche Bersani e Letta, sono pronti a cambiare rotta. Finalmente nel Pd i politici rimpiazzano i critici di cinema. A orgnuno il suo lavoro.

Il Pd nella rincorsa al centro (destra) guidata da Franceschini e Veltroni sta sviluppando un’idea di fondo della loro “gente” paradossale. Da un lato vorrebbero mantenere i voti della Sinistra, ritenendo di aver cambiato quelle persone e ad ogni caso cercando di cambiarle, dall’altro vorrebbero conquistare i voti del Centro cambiando quell’elettorato su le innovative posizioni del Pd. Insomma la follia della costruzione dell’uomo nuovo.

Care sorelle, Cari fratelli, qualche giorno fa avevo scritto un post sulla pericolosità del clima violento che tutto il sistema di potere (politici, giornalisti, opinionisti ecc…) sta creando per giustificare determinate scelte politiche. Sicuramente questo c’entra con la morte del ragazzo a Verona per mano dei fascisti. La cultura che si vuole diffondere è quella della potenza, del titanismo, congiunto al sospetto. Una cultura che si radica nel cinismo post-moderno, nella totale perdita sociale di speranza in un futuro migliore, da costruire insieme a coloro che sono definiti oggi “diversi” e sui quali invece la vulgata si affretta a costruire uno steriotipo da stigmatizzare. La cultura che si sta diffondendo è quella del disprezzo per chi è debole, per chi è in minoranza, per chi è povero, per chi ha cultura, per chi è altro:  i confini che lo definiscono sono molto labili. Poi i soliti fascisti che oggi si mettono la maschera dei democratici rilasciano dichiarazioni che li difendono, questo è molto grave, perchè da quella maschera trasuda la vera identità di coloro che adesso ricoprono cariche istituzionali molto importanti, ma solo qualche anno fa, si dice,  monitoravano il massacro di Genova, ed oggi sono pronti a spostare l’attenzione su altre questioni. C’è chi dichiara che di politico non c’è niente. In realtà di poltico c’è tutto.

                            
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EFFETTO SERRA

(RIVER’S UP)
E se questa fosse davvero la fine del mondo?                  
di Alex Jones

con
Viviana Toniolo
Virgilio Zernitz

regia di
Stefano Messina

Aiuto Regia di
Camilla Fabbrizioli

Una coppia di mezza età vive sulla riva di un fiume e gestisce con scarso successo una sala da ballo galleggiante.
Piove. Per il terzo anno consecutivo saranno costretti ad affrontare la piena del fiume e i disastri economici che inevitabilmente porta con sé. La pioggia non si arresta, sembra il diluvio universale e il livello dell’acqua sommerge la loro casa. Alla radio si parla di emergenza nazionale, ma presto anche le comunicazioni saltano. L’unica via di fuga è una piccola barchetta miracolosamente scampata alla tempesta. Bisogna andare via e in fretta prima che sia troppo tardi… Dialoghi brillanti e serrati, amorosi slanci e battibecchi al vetriolo, guizzi di umorismo e forti emozioni, sommersi dalle acque e dall’incoscienza umana.

Processi costituenti
Populisti in nome della libertà
Società Individui proprietari raccolti in ringhiose comunità

Benedetto Vecchi

Il neoliberismo come «anno zero» del politico. È stata questa la convinzione prevalente nel pensiero critico quando Margaret Thatcher e Ronald Reagan cominciarono il loro assalto al welfare state nei loro rispettivi paesi. È noto come andata a finire: lo stato, ben lungi dall’estinguersi, come invece sostenevano alcuni fan del libero mercato, ha costruito la cornice normativa affinché la figura dell’individuo proprietario diventasse il baricentro della vita in società. Dalla scuola alla sanità, dal mercato del lavoro alle pensioni, il singolo è equiparato a un’impresa che ha il suo capitale nelle facoltà generiche della specie umana. In una miscela letale di alleanze contingenti e feroce competizione, i singoli dovevano pensarsi come imprenditori. Lo stato doveva elaborare una tassonomia di norme e di leggi per rendere tutto ciò possibile. Dovevano passare solo alcuni lustri e sarebbe toccato ai reality show mettere in scena l’«uomo nuovo» neoliberista
La più evidente diversità tra il neoliberismo e il pensiero liberale classico risiede proprio nella costruzione di un «uomo nuovo» da parte dello stato. Una vera e propria discontinuità rispetto al pensiero liberale classico, che vede nella dismissione dell’intervento statale la condizione necessaria e sufficiente affinché il mercato creasse quell’equilibrio propedeutico alla soddisfazione dei bisogni di uomini e donne. Nel neoliberismo lo stato deve invece plasmare le mentalità e gli stili di vita in nome del libero mercato. Dunque: superfetazione dell’attività legislativa al fine di amministrare, all’interno di sofisticate strategie di governance, la produzione di un nuovo modello di società.
L’invenzione del popolo
È con questo ordine di problemi che il pensiero critico ha dovuto fare i conti. Ne è nata una divaricazione di percorsi, dove molti sono stati i vicoli ciechi, seguite da un adeguamento alle tendenze in atto. Diverso è il caso delle sinistre socialdemocratiche europee che hanno puntato alla difesa della costituzione materiale e formale dello stato sociale incarnata dallo «stato imprenditore». L’occupazione dello stato da parte dei neoliberisti non serviva però solo a mettere in vendita le sue attività economiche, come pure hanno acutamente scritto il geografo marxista David Harvey nella sua Breve storia del neoliberismo (Saggiatore) e la giornalista Naomi Klein in Shock economy (Rizzoli). Il progetto neoliberista era molto più ambizioso: voleva costruire, riuscendoci, una nuova società.
Siamo dunque ben lontani da quella ingenua convinzione sull’«anno zero» del politico che ha mosso le prime critiche alla «controrivoluzione conservatrice». Più realisticamente, il neoliberismo va visto come la scrittura in corso d’opera di un nuovo lessico politico che risponde, interpreta e costruisce la propria egemonia sulla grande trasformazione dei rapporti sociali di produzione capitalistici. Un lessico politico oscillante tra un populismo incardinato su sentimenti ambivalenti come la paura, la precarietà e una rivendicazione dal retrogusto libertario di diritti individuali da parte di forme di vita sospettose di qualsiasi norma dettata dal legame sociale.
È stata questa commistione tra richiami comunitari e reorica della libertà individuale a mostrare la sua capacità innovativa e egemonica rispetto alla sempre più fragile tradizione democratica, che vede nella rappresentanza politica l’ultima trincea contro la distruttività dell’individuo proprietario. Secondo il postmarxista Ernesto Laclau il populismo non va tuttavia interpretato come un’anomalia del sistema politico. Nel capitalismo postfordista è semmai l’espressione massima del politico, dato che prefigura un agire collettivo non più legato a specifiche classi o blocchi sociali, quanto alla continua invenzione politica di un «popolo» modellato dai flussi produttivi della globalizzazione neoliberista. Allo stesso tempo, l’insofferenza verso lo stato si accompagna a quel paradosso del pensiero liberale, acutamente messo in evidenza dal filosofo, ovviamente liberale, Robert Nozick: la produzione della libertà individuale è regolata attraverso la moltiplicazione delle leggi che delimitano rigidamente i comportamenti individuali.
Nella palude dell’identità
È a questa invenzione del popolo e dell’individuo proprietario che presiede il lessico politico del neoliberismo. Da una parte fa leva su sentimenti quali la paura, la precarietà, il rancore e l’odio, come attestano tutte le inchieste negli Usa, in Inghilterra, in Francia e in Italia; allo stesso plasma un immaginario a cui attingere per sentirsi parte di una «comunità» che condivide la medesima e pur fragile condizione di individui proprietari.
Il pensiero critico finora ha giocato di rimessa. Ha approfondito l’analisi sulla mutazione dei rapporti sociali di produzione, si è spinto con spregiudicatezza sui terreni paludosi dell’identità e di una democrazia radicale tanto auspicabile, quanto sfuggente. Più frequentemente, però, ha rivendicato identità e espresso fedeltà a tradizioni politiche che nulla hanno più da dire sulla nuova realtà plasmata dal neoliberismo. Una realtà che è però nel pieno di una crisi economica che mette in discussione la retorica dell’individuo proprietario. Per questo, il pensiero critico deve fare i conti con la base materiale dei sentimenti su cui si basa il lessico politico neoliberista. Svelandone le ambivalenze per rompere la mefitica «unità del popolo», dove il precario vale come un padroncino. Insomma, un’azione politica che produce immaginario e, al tempo stesso, che non si ritrae di fronte alla nuova società costruita in questi anni dal neoliberismo.